Nessuno mi può giudicare, nemmeno il popolo

La magistratura è un organo dello Stato. Organo autonomo e indipendente da ogni altro potere, come recita l’articolo 104 della nostra Costituzione. Ciò significa, ad esempio, che il potere politico non si può opporre ad una sua sentenza. Mentre sembrerebbe non vero il contrario, sia nei confronti del potere legislativo (il Parlamento) sia nei confronti della volontà popolare.

Nel primo caso abbiamo esempi in cui decisioni del Parlamento, accampando certa Magistratura una sorta di diritto di veto sulle stesse, sono state disattese o modificate. Ciò ha di fatto impedito, da molte decine d’anni, qualsiasi riforma della giustizia.

Nel secondo caso la volontà popolare espressa con un referendum (come quello del 1987 sulla responsabilità dei giudici, approvato dall’80% dei votanti) è stata totalmente disattesa visto che il potere politico, prono alla volontà di certa parte della Magistratura, tradì la volontà popolare con una legge che svuotò il contenuto di quanto approvato in quel referendum rendendo nullo quanto quella volontà del popolo sovrano aveva espresso.

Ecco allora spiegata la recente “ferma reazione” dell’Associazione Nazionale Magistrati, espressione minacciosa usata al solo sentir parlare di un possibile referendum sulla giustizia. Reazione ambiguamente motivata. L’uso politico delle inchieste, il numero elevato di condanne ingiuste riconosciute dopo anni, l’uso eccessivo ed inquisitorio della custodia cautelare, i recenti casi emersi dalle incredibili rivelazioni dall’ex pm Palamara hanno infatti vieppiù logorato l’immagine della categoria tanto che il presidente di quella Associazione ha affermato "in questo momento di crisi della magistratura, che non neghiamo, avere un voto popolare significa cristallizzare questa situazione, bollarla e incatenarla alla crisi" concludendo allarmato di quei “sondaggi che danno in declino l’apprezzamento verso la magistratura”.

Sono dunque ripresi i toni del 1986 quando i Radicali di Marco Pannella proposero il referendum che si tenne, inutilmente, l’anno dopo.

Parafrasando don Abbondio “quei referendum non s’hanno da fare”.

Eppure sono temi importanti che coinvolgono la responsabilità civile dei magistrati, la separazione delle carriere tra inquirente e giudicante, la limitazione alla custodia cautelare, l’abrogazione della legge Severino e dell’obbligo della raccolta firme per i magistrati che vogliano candidarsi al Csm, il diritto di voto per i membri non togati nei consigli giudiziari.

Non è difficile prevedere che saranno nuovamente i magistrati a servirsi di certi politici per evitare i referendum, per evitare quella volontà popolare che l’articolo 1 della Costituzione garantisce: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”, la quale considera il referendum uno strumento costituzionale di formazione delle leggi. Sembra quasi che il principale strumento di democrazia diretta previsto dalla Costituzione italiana non si debba applicare all’organo giudiziario.

Le parole di Sabino Cassese, classe 1935, giudice emerito della Corte costituzionale, mettono refrigerante chiarezza sull’argomento: "Il giudice è sottoposto alla legge, il Parlamento è titolare del potere legislativo, il popolo è titolare del potere di deliberare l'abrogazione totale o parziale delle leggi e, se la Costituzione non esclude il referendum abrogativo in materia di giustizia, questo è certamente ammissibile". Marco Pannella, promotore con Bettino Craxi dell’inutile referendum del 1987, dall’altrove dove si trova, applaude commosso.

Fa sorridere pensare che negli Stat Uniti i giudici sono eletti dal popolo…

Salvatore Indelicato

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